Anatomia Patologica
Oggi primo dicembre duemiladodici, ho deciso di scrivere un’ode a te mio prode stomaco. Non mai dato una seria complicazione, mai un bruciore senza una precisa ragione. Cos’è un duodeno nei confronti di uno stomaco? Un non nulla. T’ho riempito con tutte le porcherie di questo mondo, hai digerito per me chili di medicine e mai, dico mai, hai protestato. Mi manca solo d’ingerire una supposta e poi te le ho fatte provare tutte. Soprattutto m’hai aiutato a digerire i tanti improperi ingiustamente rivoltimi; i magoni.
Essendo io nato negli anni sessanta son uno dei tanti figli della televisione: grazie a lei ho aperto finestre sul mondo. E guardando i telefilm americani ho, come tutti, visto quegli interminabili stradoni lunghi e dritti per miglia e miglia. Mi son sempre chiesto come facessero a star svegli gli automobilisti con tanta noia. Io invece sono di Reggio Emilia anche se adesso è diventata Reggio nell’Emilia, fa più in, salvo se si arriva in treno: i prezzi popolari comportano che si arrivi ancora a Reggio Emilia. Ebbene, sappiate che da qualche anno a questa parte a Reggio nell’Emilia, provincia compresa, sono spuntate come i funghi le assai costose rotonde. Ecco le nostre strade a differenza di quelle americane sono tempestate di rotonde. Aiutano la mobilità, dicono. Quel ch’è certo è che finita una ne sbuca un’altra. E, oltretutto, devi prestare la massima attenzione alle indicazioni stradali, mai sufficienti. Ho visto con i miei occhi gente che faceva all’infinito la rotonda alla ricerca della via giusta, o presunta tale. Non parliamo poi dei dossi: ho finalmente capito a che cavolo servissero qui da noi in piena Padania i SUV. Ammortizzano meglio quei dannati su e giù. Ho una cara amica che per andare a lavorare deve attraversarne otto. E vi assicuro che basta uno o al massimo due per digerire la colazione, per lauta che sia. Grazie stomaco mio perché m’hai supportato nella modernità.
Il fegato è grosso modo un filtro. Io posso dire d’averne uno di serie A. i miei trascorsi accompagnati alle abbuffate, compresi i medicinali mi hanno portato ad avere un fegato a dir poco scassatelo. Oltretutto ci si mettono i politici o gli imbecilli di turno a fartelo rodere. Ecco io paragonerei il mio fegato a una macina per bitume. Ha negli anni macinato sabbia e ghiaia ed è lì bel pronto a svolgere il suo dovere. Il buon Dio ci ha costruiti cum grano salis. Ed è senz’altro a lui che devo tutta la mia gratitudine perché le mie epatiti croniche non abbiano ancora preso il sopravvento su questa mia vita che val ancora la pena d’esser vissuta.
Veniamo al cervello, e anche lì non mi sono fatto mancar nulla. E’ stravagante, per usare un eufemismo. Certo è che ogni tanto mi monta la panna. Io dedico così quando la vena creativa si fa avanti. A Reggio nell’Emilia eravamo i primi in Italia per numero di cooperative, oggi lo siamo per numero di palestre: secondo me abbiamo cambiato muscolo. Abbiamo la testa quadra, contenitore di un si nobile organo, e il vezzo di prenderci un po’ troppo sul serio, manco fossimo chissà chi, dei Dante Alighieri. O come Il nostro prode Ludivico Ariosto che se ha preferito fuggire a Ferrara, un motivo ci sarà pure. E noi c’abbiamo dedicato un bel centro commerciale, va mo là. Comunque questo mio caro organo, un po’ schizzatelo l’è. D’altra parte some diceva Lorenzo il Magnifico - Di primavera un poco di follia fa bene anche al re. E’ il motore centrale, lo so bene, e fa marciare a dovere le nostre funzioni involontarie e volontarie, cosa possiamo chiamo chiedergli di più.
Da ultimo, ma non per importanza, il cuore. Il mio funziona a dovere, anche se un po’ agitatello lo dev’essere, dacché ho l’ipertensione essenziale, cioè che non si capisce da dove origini, ma c’è. M’anno perfino riformato dal servizio di Leva, per questa ragione. A onor del vero c’ho messo del mio: mi sorbivo due scodelle di caffè e poi facevo velocemente su e giù l’ampio scalone dell’ospedale militare. Ricordo che quando mi hanno attaccato gli elettrodi per farmi l’elettrocardiogramma, che non era come quello di oggi ma bensì un pennino che tracciava su un apposito rullo di carta, ebbene il pennino è saltato su, fuori dal nastro. L’infermiere mi fa: - E’ agitato? Ed io, contaballe che non sono altro: - Macché, tranquillo come un pesciolino rosso, sono.
Poi, per di più il mio medico di base m’aveva insegnato un trucco infallibile: all’esame delle urine avrei dovuto pungermi con un ago la punta di un dito e immergerlo nel liquido fisiologico, così loro avrebbero tracce di sangue e fatto risalire al cattivo funzionamento delle reni l’ipertensione. Risultato il primo anno m’hanno fatto rivedibbile, così diceva il maresciallo siciliano e il secondo riformato, ciapa mo sù. Veniamo a quanto mai fatto patire le pene d’amore, quelle poche volte che sono stato rifiutato, continuavi a battere ma pompavi sangue e rabbia. L’innamoramento, m’ha insegnato un mio amico filosofo è una promessa. E qual promessa più bella può esserci di passare giorni felici con la tua amata. Comunque pompa, ti prego, continua a pompare almeno per un po’ perché ho ancora voglia di vivere. Chiamalo poco.